Una verde, meravigliosa, terra di conflitto.
Al cospetto del Kosovo.

Gianmarco Pisa, Mediatori di Pace (Napoli)

Quali significati profondi, quali impressioni e quali sentimenti si scatena nell’intrapresa, sempre scopertamente avvincente, del viaggiare? E’ una domanda meno retorica di quello che sembra, il viaggio porta sempre con sé un sedimento di azioni e di speranze, di timori e di contraddizioni che senti agire dentro di te, che senti muoversi e agitarsi, che ti prendono e, sovente, ti sconvolgono, proprio per quella emozionante sensazione di trasferirsi - con la mente e con il corpo - nel tempo e nello spazio, affrontando contesti nuovi, persone diverse, esperienze che sai, in un modo o nell’altro, essere irripetibili.

Certo, molto dipende dalla disposizione del cuore entro cui la tua esperienza di viaggio si compie, della ricca messe di motivazioni e di finalità che animano quel tuo viaggiare, delle contraddizioni che intendi scoprire, della razionalità con cui intendi agire le dinamiche, contraddittorie e complesse, del contesto – ma, forse, sarebbe meglio dire, dell’universo – che si dispone ad accogliere la tua soggettività.

In un ipotetico “dizionario delle parole chiave” di un viaggio oserei dire che, ben lungi dall’essere ripetitive o secondarie, proprio queste due sono quelle che sottolineerei con la matita rossa, che evidenzierei, onde dare loro maggiore forza, vigore simbolico, potere evocativo: le parole dell’universo e della soggettività. Forse in altri contesti, le si sarebbero nominate con i nomi con i quali, nella letteratura tradizionale, sempre ci si è riferiti ad esse, e intendo fare riferimento a quelle delle dinamiche materiali (o dei contesti sociali e produttivi, gamma ampia ed articolata dei rapporti sociali di produzione entro cui si muovono tutte le azioni e le repulsioni delle articolazioni sociali e dei contesti civili, comunque complessi) e delle disposizioni soggettive – quelle che agiscono la tua soggettività, dettano i tuoi comportamenti, chiamano in causa, in una parola, la tua responsabilità, le tue azioni, la tua condotta.

Ma qui no: in qualche modo si avverte, dinanzi alla difficoltà del reale e al potato delle paure e delle esperienze delle persone permanentemente dislocate sui fronti di guerra, che la categorie tradizionali non sempre sono sufficienti, che devi compiere uno sforzo della fantasia e dell’immaginazione per intercettare quella sfuggente complessità, che devi agire la leva del rispetto e della comprensione: rispetto del dolore altrui e comprensione delle leve possibili della trasformazione dello stato di cose vigente.

Ecco perché è forse meglio fare ricorso a parole più velate ed a immagini più metaforiche, entro cui il movimento di quelle contraddizioni sia con più efficacia accolto e la scansione diversificata delle contraddizioni meglio compresa nel proprio reciproco dispiegarsi.

Dunque, le parole come immagini: l’universo come gamma di contraddizioni, grumo di emozioni e di reciprocità mutuamente ostili o reciprocamente cooperanti, che sempre si trovano, sorprendentemente, insieme sui fronti caldi dei conflitti ai quattro angoli del globo; la soggettività con la quale la tua esperienza affronta la realtà, o, per meglio dire, si confronta con essa, forte delle conoscenze acquisite e della volontà in azione, nel tentativo di contribuire ad una soluzione che maturi come frutto di un’esperienza collettiva, di un’esperienza, appunto, di condivisione.

Queste immagini sature di significati e di profondità sono quelle che continuano ad animare la mia immaginazione, qui a Kosovska Mitrovica, nel nord del Kosovo, terra di conflitto e “buco nero” d’Europa – per usare un’immagine recentemente così tanto e tanto artificiosamente abusata – in cui sono arrivato il giorno 21 di giugno e in cui sto a tutt’oggi – e fino al 21 luglio, per la durata, dunque, di un mese – conducendo un’esperienza di cooperazione internazionale, insieme con un gruppo di “Mediatori di Pace”, all’interno di un’Organizzazione Non Governativa, impegnata da anni nell’ambito della cooperazione decentrata e della trasformazione costruttiva dei conflitti, quale l’ “Associazione per la Pace” Onlus.

Erano, intanto, le parole del viaggio, quelle che hanno accompagnato tutta quella traversata del Kosovo da sud a nord, dal confine con la Macedonia alla città frontiera di Mitrovica – sede appunto della nostra attività – e durante la quale ciascuno di noi, e me in prima persona, è stato costretto ad aggiornare subito il proprio universo concettuale e simbolico.

Ciascuno è stato costretto a confrontarsi con l’importanza dell’esperienza dell’auto-narrazione, della resa verbale della propria esperienza soggettiva, come contributo, attraverso la narrazione personale, di vissuti, esperienze e maturazioni, in grado di interagire con altri ed altre e di concorrere alla chiarificazione del quadro, della ricerca e dell’analisi. E quindi, è stato sollecitato ad aggiornare il proprio universo semantico, a dislocarsi, cioè, in una dimensione “altra” rispetto alle fredde cronache e ai bollettini di guerra, che, ponendo massima attenzione alle analisi generali e alle fredde cifre, dimenticano la natura e la terra, l’ambiente e le città che vedono giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, passare il conflitto e che, assistendo alla sua progressiva evoluzione, ne restano colpite, alterate, sovente lacerate e distrutte, comunque segnate.

Mi riferisco a quelle cronache e a quelle analisi, fatte di scenari generali, di analisi astratte e di nuda contabilità, che immediatamente il paesaggio e gli ambienti, le persone e i sentimenti alterano: perché un conflitto – e questa è la prima cosa che impari sul campo – è fatto di persone, ragioni e sentimenti.

Il conflitto – e il conflitto nel Kosovo, non solo non fa eccezione, ma, anzi per molti motivi, ne è evidentemente testimonianza – è il conflitto delle persone: non delle persone singole che, animate da vendetta o da odio, da epiche vendette od eroici furori, prendono le armi e corrono ad insanguinare la propria terra, la terra dei propri avi e dei propri averi; è, viceversa, il conflitto delle persone in quanto movimento di gruppi umani, di forze sociali animate da ragioni ed interessi, di natura economica o di scaturigine politica, infuocate da passioni e ideologie, da strumentalizzazioni nazionalistiche o fondamentalismi religiosi.

Il Kosovo rappresenta una frontiera di questo universo semantico, uno dei punti caldi di quella che il movimento per la pace ha chiamato “guerra globale permanente” e il Subcomandante Marcos “la quarta guerra mondiale”, che rappresenta l’universo delle nuove guerre etno-politiche, che pone all’immaginazione e alla ragione il compito, complesso proprio perché inedito, di misurarsi con le novità dell’ordine internazionale e con ipotesi di soluzione inesplorate ed originali.

Un conflitto – quello kosovaro – frutto del criterio di destabilizzazione del “Nuovo Ordine Mondiale” scaturito dalla scoperta volontà egemonica degli attori dominanti sulla scena della comunità internazionale, i quali, al di fuori di norme e consuetudini ormai consolidate, hanno mosso guerra alla Federazione Yugoslava e precipitato nella violenza e nel sangue questa regione, così come stanno continuando a fare ai quattro angoli del pianeta, mediante oscure trame eversive – come nel caso di Cuba – o muovendo venti di guerra indomiti e feroci – come nel caso dell’Iraq.

Anche questa regione – come molte altre, dunque – teatro di guerra, ma di una guerra particolare, una guerra a cui non eravamo più abituati, una guerra ai nostri confini, nel cuore dell’Europa, in una terra verde, ridente, potenzialmente ricca e abitata da un popolo, per tante ragioni e affinità, a noi così vicino; una guerra, per giunta, mossa da un Paese considerato alleato della stragrande maggioranza dei Paesi che compongono questo comune continente e mossa anche da questo Paese, un braccio di mare di distanza e secoli di legami e di affinità alle spalle, che si chiama Italia, che è il mio Paese e che comporta, alla mia mente e alle mie riflessioni, un ulteriore esercizio di responsabilità.

E’ uno dei primi moventi della mia decisione di prendere parte a questa missione di solidarietà internazionale, la quale, proprio per la sua ambizione e le sue finalità, non manca di connotarsi anche di contenuti internazionalisti e rivoluzionari, orientati a fornire un contributo a quelli che – con un linguaggio ancora un volta un po’ tecnico, ma non per questo, stavolta, meno stimolante – chiamiamo i “potenziali di pace” locali, i nostri partner, soggetti ed attori della trasformazione strutturale del contesto in conflitto e della ricomposizione sociale e civile della regione.

Attraversata questa terra, tutta verde, come le sue valli e la speranza di chi la vive, il primo impatto con Mitrovica è proprio con loro, i partner delle associazioni locali con i quali condivideremo un po’ tutto: impegno, emozioni e, a volte, anche tempi e spazi di vita e di lavoro. Sono persone straordinarie, in cui trovi l’emozione dovuta alla consapevolezza del prendere parte da protagonisti ad un processo di trasformazione – e questa speranza e questa ambizione profondamente ci accomunano – e il dolore, profondo, sordo, incancellabile, di vissuti travolgenti e disperanti, tutti fatti di guerra vissuta, di simboli violati, di case distrutte, di villaggi dati alle fiamme, di paramilitari serbi che puntano la pistola alla tempia di tuo padre e rubano tutti i tuoi averi, tutti i segni della tua identità – i segni della guerra di ieri – e di terroristi albanesi indipendentisti che mettono a ferro e fuoco le enclavi minoritarie ed issano sui pinnacoli più alti dei minareti e delle moschee simboli vecchi di un fanatismo nuovo – il fanatismo della guerra di oggi.


Devi andarci con i piedi di piombo: le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi; la motivazione del conflitto di ieri (la tutela, comunque strumentalmente agita, della sovranità nazionale serba) è sul fronte opposto di chi oggi, con discorsi incendiari, predicando l’indipendenza del Kosovo e vagheggiando sogni di Grande Albania, appicca sempre nuovi focolari, accende sempre nuove tensioni.

Come quelle del 17 marzo dell’anno passato, data simbolicamente collocata all’inizio della nostra avventura, quella che condiziona il contesto kosovaro odierno, retro-agisce la verifica degli standard di democrazia, primato della legge e rispetto dei diritti dell’uomo e detta modalità e limiti della nostra azione di ricomposizione sociale e di mediazione nonviolenta; un 17 marzo a metà strada tra un pogrom generalizzato e una caccia alle streghe anti-serba, che, propagatasi come un cancro dal ponte sull’Ibar che taglia – fisicamente e simbolicamente - la città di Mitrovica, si è poi rapidamente esteso a tutto il Kosovo, alle sue enclavi, ai suoi villaggi e alle sue città.

Proprio ieri, domenica 2 luglio, ne ho rivisto un’eco nella lontana – si trova al sud, poco distante dal confine con l’Albania – città di Prizren, altro gioiello del Kosovo che fu, il Kosovo tempio della cristianità ortodossa e culla dell’identità nazionale del popolo serbo, almeno da Kosovo Polije del 1389 in avanti – ma quanti dolori, quanti soprusi e quante strumentalità si sono consumante nel nome di questi simboli di arcaica identità! – terra da sempre di confronto e di scambio, di convivenza pacifica se non di integrazione effettiva, metafora e simbolo del Kosovo che fu e che la solidarietà internazionale vuole che torni ad essere.

Anche Prizren è un simbolo, non meno di Mitrovica: come Mitrovica attraversata da un fiume, come Mitrovica ancora porta i segni delle devastazioni e del dolore, nelle facciate delle case e nei cuori delle persone. Un fiume che divide in due la città, ma questa volta senza implicazioni etniche o religiose; una galassia di minareti e di moschee ed una sterminata pleiade di antenne paraboliche, quella della ricezione satellitare e di un’ansia di fuoriuscita e di apertura che la inefficace e corrotta società politica locale, per i suoi interessi e le sue concrezioni, non vuole e non può garantire.

Ma anche la Prizren delle tre grandi identità religiose di questa terra: della moschea centrale, della basilica ortodossa e della chiesa romanica cattolica, a pochi metri l’una dall’altra, segno di un’identità multi-etnica e cosmopolitica oggi smarrita e ancora tutta da ricostruire: come la preziosa basilica ortodossa, devastata e distrutta – pressoché per intero – dal terrore delle orde nazionalistiche albanesi. Le stesse che rivedi, nei loro esponenti di medio e di basso rango per lo più, riciclate nella Kps o nella Tmk, le strutture di sicurezza dell’autogoverno regionale.

Proprio qualche giorno fa, sono tornate a rivendicare la piena sovranità, il passaggio delle consegne, la modifica della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite – quella che all’indomani del conflitto consentì la presenza internazionale e sancì la formale appartenenza kosovara alla sovranità serba; e ieri, di ritorno da Prizren, abbiamo appreso la notizia dell’esplosione di tre bombe a Pristina, presso le sedi delle Nazioni Unite e dell’Osce.

Decido di tornare al ponte sull’Ibar, stamattina, a Mitrovica, forse in cerca di qualche ispirazione che consenta alle mie dita di scorrere veloci sulla tastiera, a cercare ancora un bandolo in quel groviglio di verde e di amaro che è questa terra. Ormai ho perso il conto di tutti quegli amici e cooperanti che hanno dovuto ammettere quali e quante difficoltà sono montate all’indomani dei fatti del 17 marzo e quali e quante speranze, con quell’episodio, sono andate perdute, proprio in un momento, la primavera 2004, in cui sembrava che finalmente il Kosovo potesse avviarsi verso il futuro. Oggi in città non ci si ammazza e non si spara più, noi lavoriamo con i bambini, con un progetto di educazione alla pace e alla comunanza di valori indisgiungibili, che ruota attorno all’universo, simbolico e fantastico, delle fiabe: abbiamo un progetto di pubblicazione, incontriamo persone, ci rendiamo conto.

Oggi ancora leggiamo gli ultimi report dei think tanks internazionali che ripropongono l’idea della sovranità regionale europea del Kosovo, nell’ambito della futura integrazione di tutta la regione balcanica, salvaguardando comunque l’integrità territoriale della Federazione di Serbia e Montenegro, quello che resta della Yugoslavia che fu. Ma dal minareto, già per la seconda volta oggi, il muezzin richiama i fedeli alla preghiera e dall’altra parte del ponte alto garrisce il tricolore serbo.

Sembra quasi ci saluti – o forse ci irrida.